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I magnifici sette

  • Uscita:
  • Durata: 130min.
  • Regia: Antoine Fuqua
  • Cast: Denzel Washington, Ethan Hawke, Chris Pratt, Vincent D'Onofrio, Lee Byung-hun, Peter Sarsgaard, Manuel Garcia-Rulfo, Martin Sensmeier, Haley Bennett, Matt Bomer, Sean Bridgers, William Lee Scott, Ritchie Montgomery, Jonathan Joss, Griff Furst, Dylan Kenin, Luke Grimes, Cedric Jones, Clint James, Kevin Wayne, David Kallaway, Alix Angelis, Emil Beheshti, Jody Mullins, Dodge Prince, Walker Babington, Dylan Langlois
  • Prodotto nel: 2016 da PIN HIGH, ESCAPE ARTISTS
  • Distribuito da: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
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TRAMA

Quando la città di Rose Creek si ritrova sotto il tallone di ferro del magnate Bartholomew Bogue, per trovare protezione i cittadini disperati assoldano sette fuorilegge, cacciatori di taglie, giocatori d'azzardo e sicari - Sam Chisolm, Josh Farraday, Goodnight Robicheaux, Jack Horne, Billy Rocks, Vasquez e Red Harvest. Mentre preparano la città per la violenta resa dei conti che sanno essere imminente, questi sette mercenari si trovano a lottare per qualcosa che va oltre il denaro.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Bocciato dagli americani che lo hanno giudicato un rifacimento senza arte né parte del capolavoro di John Sturges (a sua volta tratto dall’inarrivabile I sette samurai di Kurosawa), questo remake de I magnifici 7  avrebbe meritato in effetti maggiore considerazione. Lo spettacolo non manca, sopra la media degli ultimi western prodotti da Hollywood (eccezion fatta per le incursioni autoriali di Tarantino, sia in  Django Unchained che in The Hateful Eight ) e in linea con quanto di buono fatto finora da Antoine Fuqua, a conferma di un regista che è prima di tutto un discreto artigiano al servizio della storia. Ma non è solo quello.  I magnifici sette  finisce anzi per essere il perfetto esempio del lavoro di questo regista, capace di garantire la giusta dose di intrattenimento senza tralasciare l’intelligenza del testo, preoccupandosi sia del funzionamento dello show che di quello che comunica. Non è un caso allora che il film (script rimaneggiato da Nic Pizzolatto, l’autore di True Detective ) si apra con due sequenze tutt’altro che banali: prima una serie di esplosioni in miniera poi le fiamme dolose che consumano una chiesa, come dire l’attacco terroristico alla terra e alla fede, alla comunitas sociale e alla koiné religiosa, minacciate entrambi dal grande sopraffattore camuffato – ed è qui lo scarto rispetto alla logica del rispecchiamento con l’attualità che vorrebbe un riferimento chiaro e immediato al terrorismo jihadista – sotto le vesti del Capitale, venuto a instaurare la legge nuova, del dominio della ricchezza (non a caso l’oppressore sale sul pulpito e si sostituisce al pastore, per non lasciare dubbi sulla posta simbolica dello scambio). C’è poi un secondo aspetto smaccatamente politico, relativo all’origine etnica del gruppo: un afroamericano alla testa, quindi un indiano, un messicano, un irlandese, un asiatico e due “reduci”, un ex militare e un ex cacciatore di taglie. Giusto per rammentare di che cosa parliamo quando parliamo di immigrazione e di identità nazionale americana. E per non farsi mancare nulla c’è anche una donna con la pistola (l’ottima Haley Bennett), motore narrativo e morale della storia. Fuqua ritrova due dei suoi attori prediletti, il sempre carismatico Denzel Washington (ancora in versione Equalizer ) e un inedito Ethan Hawke, che interpretano non a caso il ruolo di due vecchi amici (nel 2001 erano stati partner di set in Training Day , primo vero successo di Fuqua). In mezzo a loro un veterano come Vincent D’Onofrio e una schiera di volti nuovi e di ottimi professionisti, a partire dal lanciatissimo Chris Pratt, ormai completamente a suo agio nel ruolo di “last action hero” di Hollywood. Un plauso anche a Peter Saarsgard, autentico cattivo di razza. Lunga, rumorosa e concitata la sequenza dello scontro finale, che non ha nulla da invidiare all’originale. La morale è che ci si salva insieme. E che per farlo bisogna sapersi sporcare le mani. I magnifici 7  è anche l’ultimo trascinante lavoro del compositore James Horner, morto prima che il film fosse completato.

  • Il Messaggero

    Questi Magnifici sette 'reloaded' non vogliono riscrivere la Storia. Solo fare spettacolo senza far rimpiangere troppo l'originale, aggiornando l'insieme al gusto e alle mitologie odierni. Fin qui tutto bene. Lo script di Richard Wenk e Nic 'True Detective' Pizzolatto è un po' episodico ma brillante (meglio i dialoghi della struttura). Fuqua non sembra subire molto il fascino dei paesaggi, ma dirige benissimo le scene d'azione (...) ed è svelto e pungente anche nei momenti da commedia. Inoltre, cosa fondamentale, gli attori sono scelti benissimo e si divertono un mondo, contrariamente a quanto accade nel 90 per cento dei remake (ormai una parolaccia) oggi dilaganti. (...) gigantesco Vincent D'Onofrio, l'indimenticabile Palla di lardo di 'Full Metal Jacket', uno dei migliori attori della sua generazione e dei più sfortunati, impagabile come trapper predicatore che combatte a mani nude e dispensa perle di saggezza in un falsetto roco da brivido (la somiglianza ormai clamorosa con Orson Welles completa l'emozione). Peccato solo che Fuqua e C. trascurino un particolare fondamentale per rendere il tutto davvero emozionante e non solo divertente. Il villaggio. Il piccolo mondo di contadini, artigiani, pionieri, in nome dei quali combattono i magnifici sette. Insomma la comunità. Concetto fondamentale in un western classico, ma oggi puramente accessorio, come il residuo di un'epoca trascorsa. Può esserci un vero western senza un West da difendere? Triste segno dei tempi: in fondo ogni remake parla della sua epoca. Perfino quando non vuole.

  • Il Manifesto

    Rilettura «berniesandersiana» del film di Sturges, più che politicamente corretta, dichiaratamente anticapitalista, integrata razzialmente, scompone gli elementi della nascita di una nazione e li offre come il seguo di una possibilità (forse) definitivamente perduta. (...) Denzel Washington, stiloso come un pezzo dei Cameo, anche se inevitabilmente evoca anche un po' il Cleavon Little di 'Mezzogiorno e mezzo di fuoco' (...) il film ovviamente non vanta né la possanza kurosawiana, né il glamour classico sturgesiano. 'I Magnifici 7' secondo Fuqua sono una gang adattata allo spettro policromo di una consapevolezza da strada che della mitologia della frontiera e del western non sa che farsene. Pur rispettandone i canoni e la retorica, Fuqua utilizza il western per dare corpo a un film mutante. Un action movie genuinamente transgender, privo di nostalgie, efficace come una canzone di Rihanna, elegante come un pezzo di Puff Daddy, icastico come un verso di Jay Z, stradaiolo come una rima di Snoop Dogg. Fuqua, senza nessun complesso di inferiorità, conserva del western solo quanto gli fa comodo. A tratti il suo pare addirittura rievocare i fatti della guerra di Johnson County ma, rispetto a Mario Van Peebles e al suo 'Posse', Fuqua non tenta di cambiare colore al mito. Ciò che dichiara 'I Magnifici 7' versione 2016, è che non c'è nessun mito.

  • Corriere della Sera

    Remake di un film che era già remake, il western di Fuqua è in carta carbone il best seller di Sturges del 60 con i luoghi classici del c'era una volta il West (...). Vince su tutto l'elegia di un'epica ed epoca scomparsa di Comanches e Saloon, in un film ben fatto ma digitale nell'anima pur con un cast che affila sguardi e pistole, da Pratt a Hawke, ma il migliore è il cattivo Peter Sarsgaard.

  • La Stampa

    Sono diventati multirazziali, femministi, «politically correct». Un po' troppo addomesticati per convincere la platea degli appassionati del genere che, dopo Sergio Leone, dopo Sam Peckinpah e dopo Clint Eastwood, hanno imparato che, nelle sconfinate pianure del vecchio West, i buoni e i cattivi si scambiano continuamente i ruoli. Firmata dal regista di film d'azione Antoine Fuqua, la nuova versione dei 'Magnifici sette' ha il pregio della fedeltà e il difetto della piattezza. Nella cornice di uno dei classici della storia del cinema, regista e attori si muovono con rispetto, senza strafare, ma anche senza inventare. L'impressione più forte è che gli interpreti si siano molto divertiti a indossare quei panni, a cavalcare quei cavalli, a usare pistole e fucili con quella particolare destrezza. (...) non basta un cappello calcato sui capelli impomatati né qualche frase caustica masticata tra i denti per creare un nuovo eroe della Frontiera, scalzando le ombre dei giganti del passato, creati da Akira Kurosawa e reinventati da John Sturges.

  • Il Fatto Quotidiano

    Nella riesumazione costante che (diventata) Hollywood, come non replicare 'I magnifici sette' (1960) di John Sturges, a sua volta ispirato da 'I sette samurai' (1954) di Akira Kurosawa? La copia carbone non muore mai. Alla regia il muscolare Antoine Fuqua, a guidare le danze il sodale Denzel Washington, che a quasi 62 anni è sempre un bel vedere e un più che discreto recitare: carisma d'attore. (...) II finale (...) è da barzelletta politically correct, lo svolgimento da sospensorio. Per la cronaca, è la terza e ultima prova postuma del compositore James Horner (...), che perde ai punti con l'originale spartito di Elmer Bernstein. Come giudizio critico, va ridotto a 'I magnifici 4'.

  • Il Mattino

    Il mestierante Fuqua presenta il remake di un western di culto che ha dalla sua una vistosa baldanza, ma sconta due mega difetti. Il primo è l'handicap patito dagli interpreti nell'inevitabile confronto con i big vintage Brynner, McQueen, Coburn, Bronson; il secondo è l'ossessione del politicamente corretto che sta avvelenando i pozzi del patrimonio hollywoodiano. (...) tra gli arruolati per la missione impossibile compaiono un asiatico, un messicano e un pellerossa, ma nessuno di loro e neppure i più tradizionali Hawke, Pratt e D'Onofrio riescono a conferire un vero slancio epico alla fornitura di spettacolo ottima e abbondante. (...) confusi input drammaturgici, un misto di recupero poco convinto dei valori dell'amicizia virile, cinismo simil-Django, sarcasmo in stile Eastwood e allusioni a buon mercato agli attuali dilemmi della lotta al terrorismo.

  • Nazione-carlino-Giorno

    Per generazioni il motivo conduttore di Bernstein, quello del primo film di Sturges (1960), è un colpo al cuore: pericolo, eroismo, inno al soccorso, gesto epico (quando emergono i violini). È ciò che manca nella colonna del remake dove si spara, si va al galoppo e si cade feriti come nel western 'di una volta', ricordando nella differenza afroamericana di Washington la differenza esotica del calvo Yul Brynner. (...) Fuqua fa il Fuqua (...). Corre via.

  • Libero

    Piacerà a chi riuscirà a rimuovere il ricordo del 1960 e apprezzerà il film per quello che vuole essere: un action movie firmato Fuqua (che dopo tutto s'era già ispirato ai 'Magnifici' per King Arthur). Quindi tante sparatorie, che non fanno rimpiangere quelle d'antan. Gli attori sì, fanno rimpiangere. Sono bravi, ma vuoi mettere col carisma di Brynner, Bronson, Coburn, McQueen?

  • Il Giornale

    Regia magica e cast stellare (dove spicca il nero, vestito sempre di nero, in sella a un cavallo nero, Denzel Washington, accanto a Chris Pratt, Ethan Hawke e Vincent D'Onofrio), 'I magnifici sette' versione 2016 si è politicamente aggiornato. Correttamente aggiornato. I pistoleri sono divisi in quote «razziali» (un afro-americano, un «asian», un pellerossa, un messicano...), alla fine si salvano tutti tranne i tre bianchi, e il vero eroe è una donna... E persino l'idea di fondo (il capitalismo, ieri come oggi, è tiranno e violento) fa sangue da tutte le parti. Per il resto, e tenuto conto che non si è mai visto un 'remake' migliore del 'make', il filmone di Fuqua è amabilmente spettacolare. Sai esattamente, in ogni momento, cosa succederà nella sequenza successiva. Ma non vedi l'ora di godertela.

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